Sono passato subito alla sezione "Esteri", dove non ho potuto fare a meno di notare il bilancio di morti e feriti causati dagli attentati ai ballottaggi delle elezioni presidenziali in Afghanistan: 227 morti e 156 feriti, più tra le fila dei talebani che tra quelle dei civili. Al di là del talebano o meno, del buono e del cattivo di ambo le parti, è incredibile come in un Paese allo sbando, dove chi va a votare sa di avere una possibilità molto concreta di venire colpito da un attentato, la gente preferisca morire che non esprimere il proprio voto.
Certo, non è con il fondamentalismo di chi va a sparare agli elettori o con la pigrizia di chi resta a casa che si cambiano le cose in questo mondo. Le cose si cambiano con il coraggio di quelle persone che per mettere una croce a matita su una scheda sono disposte a schivare proiettili, a camminare per strada facendo attenzione a non calpestare i fili di qualche ordigno artigianale, a salutare i propri figli uscendo di casa sapendo che potrebbe essere l'ultima volta che li vedono.
Quello afghano non è solo senso civico, è un messaggio di speranza per cui sono convinto che quel voto, per quanto possa costarmi la vita, segnerà il futuro del resto della nazione, delle future generazioni; non votare significa buttare al vento un cammino iniziato con la Rivoluzione Francese, costato carissimo in termini di vite umane, che in duecento anni ha rovesciato tutti i regimi regalandoci la possibilità di essere rappresentati al governo; significa subire passivamente l'idea degli altri, significa arrendersi in partenza di fronte al futuro. Prendiamo ad esempio gli afghani, non rinunciamo all'avvenire.